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Madri

Oggi ancora attuale … e sempre di più

Cronachepedagogiche

madri

di Irene Auletta

Guarda mamma che bella questa foto, ti dico porgendoti il mio Ipad. La guardi con attenzione ma capisco che ancora non ti sei riconosciuta. Ti ricordi? Avevi in braccio Luna piccola piccola.

Quando metti a fuoco l’immagine mi accorgo che nei tuoi occhi e nel tuo sguardo passa un lampo di commozione e subito, come tua abitudine, volti pagina. Ma che strana gonna mi ero messa?

Non è necessario fare troppo interpretazioni selvagge su alcuni nostri atteggiamenti e modi di incontrare la vita quando i nostri genitori ci mostrano con grande chiarezza quello che sono riusciti a insegnarci e quello che proprio non apparteneva alle loro possibilità.

Per te mamma è sempre stato così. Mi hai insegnato a tenere a distanza le emozioni e a mostrare al mondo solo la superficie, per evitare di essere feriti. Hai fatto un gran bel lavoro e io sono ancora…

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Quieteggiando

…. e sono già passati due anni

Cronachepedagogiche

Abbazia Casoretto facciata-smbdi Irene Auletta

E così, con l’esperienza al nuovo Centro, siamo arrivati al termine di questa prima settimana. Troppo presto per fare bilanci che potrebbero risultare sbilanciati da una notte passata da entrambe quasi insonne. Che ne dici se andiamo a vedere questa bella Abbazia praticamente attaccata al tuo nuovo Centro?

Incredibile come le vie risuonino nel tempo di nuovi significati. Quella zona milanese e’ ben nota sia per il mitico centro sociale di via Leoncavallo che per la tragica fine di due ragazzi che, quasi trent’anni fa, persero la vita diventando, loro malgrado, un’icona di resistenza che dura nel tempo.

L’Abbazia l’ho vista tante volte dall’esterno ma mai visitata. Chi avrebbe immaginato che sarei tornata da queste parti tenendoti per mano diretta verso una chiesa? Non abbiamo fortuna perché troviamo il portone chiuso ma questo non ci impedisce di fare una passeggiata tra i portici che trattengono tutta la magia…

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Ma quali eroi?

Cronachepedagogiche

ma quali eroi 1di Irene Auletta

Da anni vado dicendo che mi sento una madre apolide. Proprio così, nel senso di senza cittadinanza e senza appartenenza. Fatico a trovare  possibili condivisioni sia con chi vive esperienze tanto differenti dalla mia che con chi attraversa vicende esistenziali assai simili. Una parentesi piacevole e particolarmente positiva la sto scoprendo in questi ultimi anni grazie allo scambio e al confronto tramite il web dove, forse per il numero delle frequentazioni o per le caratteristiche del luogo, sempre più spesso incrocio echi di significati familiari e che riconosco con gradevole sorpresa.

Ho già scritto della questione e qualcuno mi ha anche un po’ presa in giro per il mio cipiglio. Ho osato affermare che mi irritano profondamente tutti quei genitori che, sicuramente per loro difficoltà, hanno sempre bisogno di normalizzare, banalizzando. Li riconosco subito in coloro che di fronte a qualsiasi considerazione o commento riferito ad un…

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Ai figli. Ci sono cose da dire.

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Salutarsi così

di Irene Auletta Le volte che al mattino dormi cerco di chiamarti il più tardi possibile per farti godere di quel piacere che puoi assaporarti in poche occasioni. Poi però il ritmo deve necessariam…

Sorgente: Salutarsi così

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#occupateveneunpovoi

Bene, direi che questo reblog è perfetto per il movimento #occupateveneunpovoi… Del resto ce ne sono molti dispersi negli archivi di Cronachepedaogiche, proviamo a ripescarli…?

Cronachepedagogiche

Agrodolce
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Come sta la bambina? Gia sentirselo chiedere da un armadio umano con un look da buttafuori, fa un certo effetto. Ma “bambina” in che senso? Insomma, bambina mica tanto, rispondo, va per i diciotto anni. Questo fatto che tua figlia appaia ancora una bambina, alla fine è una fregatura: te ne devi occupare a tempo pieno ma, in fondo, è piccola no? Piccola un cazzo. A parte che ha ormai superato abbondantemente i quaranta chili e dunque non posso più fare quello che facevo quando era una tenera infante, tipo prenderla in spalla se era stanca o incazzata, e riportarla a casa. Resta che lei sarà “piccola” agli occhi dei più, ma io sono certamente più vecchio. Diciott’anni più vecchio. E sono stati diciotto anni di addormentamenti, veglie notturne, levatacce precoci, vestimenti, svestimenti, terapie, docce, spazzolini, igiene intima, accompagnamenti, riordini e una montagna di altre cose che non voglio nemmeno ricordare.

E’ un dono…

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Trasferimento blog

 

 

AVVISO per tutti i naviganti che, vedo dalle statistiche, continuano a passare anche di qua. Il blog si è trasferito nel nuovo Cronachepedagogiche con tutti i vecchi articoli e, ovviamente,  con la nuova veste e i nuovi contenuti. Magari lo sapete già tutti, ma chi passa di qui per caso o, più semplicemente, con una ricerca Google, può reindirizzarsi al posto giusto…

Igor Salomone

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Curriculum scholae

Di Igor Salomone

Ero in prima. Elementare. E ho capito che dovevo starci, mi piacesse o meno. Non potevo sgamarla come all’asilo. Era un impegno all’orizzonte da tempo, ed era arrivato. Inesorabile.

Ero in seconda. E ho fatto l’esame per passare in terza. C’era ancora quell’esame, ne ho un ricordo lontano e vivido. L’ho affrontato con il pennino intinto nell’inchiostro, seduto dietro quel banco con  l’alloggiamento per il calamaio in alto a destra. Quell’esame mi ha insegnato che ci sono gli esami. E che se si vuole passare più avanti, occorre farli.

Ero in terza. Educazione civica. Mi hanno insegnato che c’è la divisione dei poteri e che il diritto di voto è un diritto-dovere. Non c’ho capito nulla. L’ho capito decenni più tardi in realtà, ma se non me l’avessero insegnato in terza elementare, non avrei potuto capirlo neanche dopo.

Ero in quarta. E ho imparato che i brutti voti producono brutte conseguenze. Dunque, ho imparato che le conseguenze sono il risultato di ciò che riesci a ottenere con le tue azioni.

Ero in quinta. E mi sono goduto l’ultimo anno di rendita prima del salto nel buio della Secondaria. Non sapevo neppure si chiamasse così, ma non era più “elementare”.

Ero di nuovo in prima. Media. E ho scoperto che ci sono le “materie”. Non si trattava come prima di fare il compito di matematica e il tema di italiano: si trattava di fare Matematica, si trattava di fare Italiano.

Ero in seconda. Mi hanno insegnato l’Algebra. Ho capito che non capivo. Era la prima volta ed è stato un detestabile ottimo insegnamento.

Ero in terza. E avevo ormai dato fondo a ogni riserva di interesse. Ma mi hanno tenuto per i capelli e licenziato a pedate. Grazie, non avrei retto una bocciatura.

Per la terza volta ero in prima. Liceo però. Ho scoperto che la scuola non era solo il posto dove andavo tutti i giorni. Era anche un posto dove si discuteva perchè andarci tutti i giorni.

Ero in seconda. Non ho imparato nulla. I miei ormoni erano troppo grati all’unica classe mista che io abbia mai frequentato. Però forse ho imparato molte cose, prima o poi riemergeranno

Ero in terza. Ho scoperto la filosofia. Considerato che al Liceo Scientifico, tutte le materie scientifiche mi erano aliene, stavo già costruendomi il futuro.

Ero in quarta. MI hanno insegnato che la Storia non è un susseguirsi di nomi e date, ma un’esperienza di grandi eventi che la trasformano.

Ero in quinta. In una assolata mattina di primavera, un’affollatissima assemblea di studenti e professori decideva che il nostro Liceo, il VII di Milano, da quel momento si sarebbe chiamato “Salvador Allende”. E ho imparato che la scuola è pubblica perchè è di tutti la responsabilità di darle un nome.

 

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Nella scuola che ho conosciuto

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo di Nadia Ferrari per la giornata di blogging sulla Scuola.

Ho sostenuto con piacere l’invito a parlare di scuola senza immaginare, per me, insegnate di scuola dell’infanzia statale da 35 anni (in via di dipartita) quanto risultasse difficile parlarne. Poi ho compreso che la mia difficoltà in parte stava nel dover parlare della scuola generalizzando… questo  mi riesce impossibile.

Tuttavia la mia riflessione si è messa irrimediabilmente in moto e la complessità seppure con paura mi è sempre apparsa come una sfida da raccogliere.

A  tutt’oggi la scuola ancora somiglia ad una “scatola nera” entro la quale si sa cosa c’è stato e cosa c’è, e non si sa cosa ci dovrebbe essere.

In altre parole il terreno scolastico è ancora indefinito, indefiniti  i tratti distintivi e le pertinenze che la distinguono da altre agenzie educative similari.

Nella scuola imperano come legati da un inesorabile destino due termini “educazione e insegnamento”, che coincidono e nelle stesso tempo si differenziano, dividendola spesso nella disputa su a chi consegnare il trono.

Disputa antica ma sempre presente che informa la scuola marcando idee, pratiche, metodi e progetti. Due essenziali registri mentali, due essenziali sensibilità: DUE SGUARDI.

Il primo, curioso di novità, di desideri, di emozioni, di fantasie, genesi di profonde soddisfazioni e domande ma anche luogo di passioni, di paure, di dolore. Uno sguardo a cui rivolgersi e allo stesso tempo averne paura, un modo diretto di sentire la realtà, pensarla, toccarla, apprenderla. Uno sguardo che ha permesso di descrivere e di spiegare il mondo attraverso molteplici narrazioni mitologiche. Lo sguardo del racconto che nasce quando si incontra il profondo, che richiama la fabulazione per quello che la mente non sa spiegare, sciogliere, elaborare: E’ l’universo delle emozioni, degli affetti, dei sentimenti.

Il secondo: è la ragione, sguardo sul mondo meno diretto, meno primario, uno sguardo forse meno libero, uno sguardo filtrante che fa passare non ciò che la nostra mente vede e sente, ma ciò che la ragione conferma.

Uno sguardo che smonta il complesso per cercare di capire, divide e analizza la realtà per leggerne le basi costitutive, i legami, le leggi che la regolano. Uno sguardo più attento e critico ma anche più difeso.

Si manifesta così uno dei grandi miti della conoscenza moderna: la separazione nella natura umana di ciò che è primario e di ciò che è secondario: la ragione dalla passione. Per molti questo sguardo ha illuso di conoscere e dominare il mondo, le paure, le fantasie. Sapere è potere. Ma poi al crescere delle certezze scientifiche, sono progredite le incertezze, si sono manifestate nuove ignoranze: si è perduto il trono della sicurezza che poneva l’uomo al centro del mondo e da dominatore del mondo passa all’abitante di un sole dell’hinterland, ai margini di una galassia mille volte più misteriosa di quanto la mente poteva immaginare.

Chi propende per la scuola dell’educazione allora vede e vuole una scuola attenta alla passione, chi si schiera per la scuola  dell’insegnamento, vede e vuole una scuola rigorosa, soprattutto nella programmazione, nell’apparato concettuale e nozionistico, attenta alle conoscenze nel senso più restrittivo del termine, intendendo spesso solo la dimensione della ragione.

Mi è capitato di trovare nell’opinione pubblica questa stessa differenza tra chi si è trovato a scegliere tra scuola pubblica o privata che nel simbolico senso comune ripropone spesso la dicotomia sopra enunciata, velatamente a scapito della pubblica. Così dalla dualità generatrice discende la figure professionale che legittima il ruolo dell’insegnante:  è meglio che approcci il sapere in modo freddo, razionale, sterile, “scolastico”, oppure deve e può “appassionarsi” ed essere pronta ad affrontare ogni situazione divenendo all’occasione un po’ mamma, un po’ psicologa, un po’ amica, un po’ prete… permettendo alla vita di mischiarsi alla scuola? Messa così la problematica è mal posta perché ripropone una dualità che nella realtà non esiste.

Palare di scuola è difficile? Perché la Scuola nell’astratto non esiste. Esistono stratificate nel tempo e nelle persone le sue diverse anime, che si affidano a tanti e diversi modelli d’intendere l’educazione e che su quei modelli si organizzano. Spesso nella scuola italiana ci si ritrova con modelli diversi anche tra le diverse classi e scendendo ancora di più nel parziale anche tra insegnate e insegnate.

Esistono tante e diverse Scuole fatte dalla gente che dentro ci lavora e dagli utenti che le frequentano sia nella pubblica che nella privata. Nella mia esperienza ho visto tantissimi insegnanti appassionarsi, lavorare con impegno, tentare di dare soluzioni possibili a problemi a volte impossibili, così come ho visto insegnanti chiuse, sfiduciate, gettare la spugna e arrendersi, arroccarsi dietro a programmi calcoli e grammatiche. Ho visto, purtroppo, insegnanti ammalarsi gravemente e impazzire.

Questo è l’esistente. Nonostante la normativa, con dei programmi assai innovativi  “le nuove indicazioni” che come dice il termine dovrebbero appunto dare indicazioni sulla configurazione della  scuola italiana, almeno in teoria.

Quello che con semplicità definiamo “Scuola” è il paesaggio che ognuno di noi da allievi o genitori o insegnanti si è trovato ad attraversare, un paesaggio, percorso da vie infinite, a tratti pianeggiante e facile da percorrere, a tratti tortuoso e aspro con salite che mettono alla prova la resistenza di tutti, in cui ogni anfratto dischiude e narra una storia particolare… unica nel bene e nel male.

Parti che spesso faticano a sentirsi collegate tra loro in un tutto, parti che forse hanno perso il desiderio di cercare il nesso che può fare da struttura che connette. Per comprendere il pluriverso scuola diviene necessario passare dal locale al globale attraversando ponti semantici così ampi per dimensioni e qualità nei quali è molto difficile incontrarsi.

Non mi rimane che parlare di me nella scuola, della mia esperienza e dell’amore che verso di essa ho imparato a nutrire.

La scuola come la conosco io, è ed è stata, una scuola abitata da padri  o madri pedagogici importanti: Hoven, Froebel, Agazzi e Montessori, e poi nel 2000 i costruttivisti Bateson. Maturana, Varela, Morin, Gardner. Ognuno di loro con la loro “genitorialità” ha lasciato la rappresentazione di  un bambino e di conseguenza un modo per educarlo. L’eredità è grande e la scuola che ho conosciuto io è una scuola che ha raccolto delle sfide.

Nella scuola che ho conosciuto io, sopravvive l’idea di un lavoro non prendibile con le sole tecniche, a me come insegnante non è servito imparare la tecnica per parlare in modo assertivo, o imparare la tecnica per gestire i conflitti, quando mi ci sono trovata in mezzo ho dovuto cercare di coniugare la mia relazione con il conflitto e il senso che avremmo potuto io e i miei allievi in quel momento attribuire.

Facilmente si possono addestrare venditori di un azienda a presentare un volto presentabile… perché il volto che si presenta è anche quello dell’azienda, come dire “se il segreto del successo professionale è quello dell’autenticità non dev’essere difficile fingerla” (Cerioli).

Nella scuola che ho conosciuto io, le tecniche funzionano quando funzionano le persone, quando le persone sanno riconoscersi problematizzando il senso del loro fare quotidiano e della loro fatica.

Nella scuola che ho conosciuto io spesso un lavoro si fa e si distrugge, si crea, si perde… quotidianamente si cerca, si cerca condividere.

Nella scuola che ho conosciuto l’incontro con l’incompiutezza dell’insegnante ha cavalcato con l’inconsistenza  di chi al posto di dotarsi a dare risposte si da come persona che cerca domande.

Nella scuola che ho conosciuto io, come ci ha ricordato Morin “gli insegnanti non assomigliano a quei lupi che marcano il loro territorio con l’urina e mordono quelli che lo violano. Ciò che è più temibile per loro è la mancanza di eros che è allo stesso tempo desiderio, piacere e amore, desiderio e piacere di trasmettere amore per la conoscenza e amore per gli allievi”.

Il gesto educativo a volte incanta, forse spaventa. Igor Salomone ci insegna si sente il bisogno di qualcosa che ancora non siamo pronti a scorgere, a capire ed ad amare: in-segnare.

L’insegnare nella sua dimensione squisitamente costitutiva di “lasciare un segno” di sé nell’incontro con gli allievi attraverso la conoscenza.

E quando si pensa a questo modo di essere dalla scuola non si può che riferirsi alla scuola pubblica, perché quando l’extracomunitario, lo zingaro, il giostraio, il disabile domandano il loro diritto di educazione ed istruzione così come è previsto dalla nostra Costituzione, è nella scuola pubblica che devono trovare ospitalità.

Nella privata, possono non esserci le risorse necessarie, posti disponibili o dato che sceglie delle tendenze,  orientamenti pedagogici o religiosi non condivisibili.  La scuola privata, nello Stato italiano  può esistere e deve fare la sua offerta formativa alternativa, di indirizzo,  ma è quella pubblica è la scuola di tutti.

Che tutti come cittadini abbiamo il diritto di chiedere, di avere e abbiamo il dovere di migliorare… al di là delle nostre scelte da individui.

La scuola pubblica è una delle più grandi ricchezze che abbiamo.

Nadia Ferrari

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Piedi a terra e sguardo all’orizzonte

di Irene Auletta

Occupandomi di educazione, in questi anni mi sono imbattuta tante volte in differenti teorie pedagogiche e in altrettante sfumature interpretative.

Ad oggi, la cosa più faticosa è ritrovare i nessi e le connessione tra ciò che si attraversa nelle pagine di un testo e quello che ogni giorno si incontra nel proprio lavoro.

Non sono rari gli scarti abissali fra grandi affermazioni di principio e una pratica educativa che fatica ad esibire quanto sostenuto e a farne rinvenire le tracce attraverso i gesti e le azioni.

Oggi però, un giovane educatore, mi ha favorevolmente colpita, dichiarando che nella sua breve esperienza sente di aver incontrato un buon libello di competenza tecnica e di sentirsi orgoglioso di questa appartenenza professionale.

Nella stessa riunione un altro suo collega, altrettanto giovane, ha espresso i suoi dubbi circa il senso di alcuni interventi educativi rilanciando un quesito aperto che più o meno diceva “ma, aiutare alcuni ragazzi, ne vale davvero la pena?”.

Di certo in gioco c’è anche un incontro fra operatori di differenti generazioni e forse, proprio a partire dall’incrocio di questi sguardi, possiamo rilanciare domande, dubbi, pensieri, senza avere immediatamente il bisogno di confermarne l’intelligenza o, semplicemente, il buon senso.

Insisto spesso sull’idea di dar valore alle domande e anche quando l’interlocutore, si schernisce esplicitando il timore di una domanda stupida, mi piace restituire che la stupidità sta, di frequente, più nel bisogno di dare immediatamente risposte o in risposte superficiali, che nella domanda stessa.

O meglio, esempi quotidianamente sotto i nostri occhi, ci confermano che, a volte, anche le domande sono veramente stupide, ma solo perchè la persona che le pone mostra fatica a collegare il suo cervello con ciò che esce dalla sua bocca.

Ma questa è un’altra storia.

Tornando ad oggi, alle riflessioni condivise con questo gruppo di lavoro, ho sentito forte più che mai, l’esigenza di dare un nome alle cose nominate, di definire un confine e di trovare vie di collegamento tra i pensieri e le azioni narrate.

Per farlo a volte ci vuole un atto creativo, insieme alla serietà e alla coerenza.

Spesso, non guasta neppure avere i piedi ben piantati per terra, fare attenzione a non farsi imbrogliare da seduttive chiacchiere prive di spessore e ricercare insieme il significato delle cose, non perdendo occasioni per aiutare a sollevare il mento e per stupirsi della nuova visuale.

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