Archivi categoria: Cronache Pedagogiche

Avere o imparare

Di Igor Salomone
Trent’anni che soffoco.

Trent’anni afferrato alla gola dalla superficialità spacciata per leggerezza, dalla negligenza contrabbandata per libertà, dall’indifferenza venduta come realismo, dalla furbizia travestita da intelligenza.

Trent’anni di Immagine, Dea del Nulla inventata per celare qualsiasi nefandezza e qualsiasi vuoto.

Trent’anni di Efficacia, anzi Efficienza, anzi tutte e due magicamente intrecciate, a dire che quel che conta è fare le cose bene, non importa cosa, non importa se farle bene non significa affatto fare “il” bene, un qualsiasi tipo di Bene purchè riguardi anche l’Altro, pazienza se viene così così.

Trent’anni di Collaborazione, il nome postmoderno del Corporativismo, ovvero lavorare assieme non per qualcosa, ma per qualcuno: l’azienda, il gruppo, la famiglia, la categoria, il territorio, il dialetto, tutto ciò che infine è “nostro” e non “di tutti”.

Non ne posso più.

I cicli culturali sono, appunto, cicli. Voglio sperare che questo pantano sia giunto al capolinea. Voglio sperare che Dignità, Orgoglio, Rispetto, Responsabilità, Bene comune tornino ad avere un senso. Voglio sperare, che riusciamo a imparare e a insegnare un senso nuovo, adatto a questo nuovo mondo da proteggere e accudire che ci ritroviamo per le mani.

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Incubi tecnologici…

di Igor Salomone

“Ah, non so, io con la tecnologia non mi ci trovo”. Già sentita? innumerevoli volte, direi. Nel mondo degli educatori praticamente è uno standard. Dunque non mi sarei neppure dovuto stupire più di tanto nel sentirla ripetere di nuovo. Era la pausa caffè di un laboratorio. Tutti ammassati attorno al buffet con bicchierino in mano colmo e caldo e un biscotto tra le dita e le labbra. Come da manuale del buon formatore mi sono assicurato che i corsisti se la sapessero cavare on lo spuntino autogestito, in particolare con il caffè da prepararsi a mezzo cialda nell’apposita macchinetta. “Ah, non so, io con la teconologia non mi ci trovo”, era riferito alla Lavazza per l’espresso fai-da-te. La “tecnologia”….? La TECNOLOGIA…? La macchinetta espresso per il caffè in cialde sarebbe una tecnologia che ah-non-so-non-mi-ci-trovo…?

Non può essere, evidentemente. Posso capire mia suocera, forse, ma una ragazza di venticinque anni? No, non può essere. Per esempio, peccato non glielo abbia chiesto, ma ce l’avrà la patente? immagino di sì. E allora non quadra, perchè per quanto possa guidare un’auto di vecchia data, quell’auto è per forza mooooolto più “tecnologica” di una macchinetta per il caffè a cialde. Dunque? Dunque la sua affermazione non può essere presa in senso letterale. Piuttosto direi che assomiglia di più a una posa. Molto diffusa nelle lande italiche e, in particolar modo, tra gli educatori.

C’è qualcosa di sottilmente autocompiacente nel definirsi poco o per nulla “tecnologici”. Come dire, sono mode che mi non mi interessano. Anzi, non mi piacciono proprio. Anzi, nutro una certa ostilità in proposito perchè non le trovo giuste, sinanco pericolose.

Insomma, il mondo sta trasformandosi in modo radicale e  inedito sotto i nostri piedi. Davvero possiamo fare spallucce dicendoci che le cose importanti sono altre? e quali, di grazia? Insomma, si può ben aspirare all’eremitaggio, alla vita campestre e comunitaria dimentica del mondo circostante, a un dimensione dell’esistenza racchiusa nel piccolo confine delle persone che si incontrano faccia a faccia e delle cose che si possono toccare con mano, possibilmente “naturali” e prodotte da sè o al massimo nel giro di qualche chilometro da casa nostra. Non è obbligatorio, certo, cavalcare i cambiamenti repentini e profondi, neanche cercare di capirli, si può trattenersi ai margini delle trasformazioni, non averne neppure il più vago sentore e, se è il caso, evitare consapevolmente di accorgersene. I modi del vivere sono mille e mille e ognuno può tentare di scegliere quello che più lo rende felice, o per lo meno che lo fa star bene, o insomma che non lo mette a disagio, anzi, che dal disagio lo tiene lontano.

Ma allora perché fare l’educatore? Davvero ha un qualche senso occuparsi dell’aiutare il prossimo a districarsi nelle enormi difficoltà che il vivere contemporaneo propone a ogni angolo, evitando in prima persona il 99% di quelle difficoltà? Non credo. Qui non è questione di “essere” su Facebook o di utilizzare quotidianamente Internet. E’ questione di essere nel mondo, in questo mondo, e accettarne le sfide. E quella della profonda trasformazione della vita di ognuno prodotta dalla tecnolgia digitale è in questo momento una delle sfide fondamentali. Chiamarsene fuori significa rinunciare a ogni credibilità.

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Ci ritroveremo come le star…

di Igor Salomone

Darsi appuntamento in un centro commerciale, con annesso multisala. O più propriamente in un multisala immerso in un centro commerciale. Insomma, si va al cinema con amici, quando? domani? dove? ok, dai, ci si trova direttamente lì, alla biglietteria. Facciamo che prenoti on-line così siamo sicuri di avere i posti, sarà una giornata particolare e potrebbe esserci tanta gente. Ve bene, mezz’ora prima però bisogna essere lì per ritirare i biglietti. No problem. I primi che arrivano ritirano, poi ci troviamo al bar. Siamo arrivati prima noi, ora siamo al bar. Continua a leggere

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Diritti e doveri

Dichiarare la propria ignoranza sulle cose della “politica” sembra costituire un diritto inalienabile. E probabilmente lo è. Quello che non capisco è perchè non sia altrettanto diffuso sentire il dovere di imparare qualcosa.

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Fondamentalismo scettico

Stimo e leggo Travaglio, ma il suo giudizio sulla trasmissione di Fazio e Saviano “Vieni via con me”, mi ha fatto capire finalmente da che parte sta: è di sinistra. Magari non lo sa, ma è senza dubbio di sinistra.

Di quel tipo di  sinistra che da decenni crede che per far cultura sia necessaria sempre e comunque la critica a oltranza. Probabilmente è una forma di espiazione per un passato di adesione  cieca e fideistica all’ideologia che ha condotto molti a sviluppare un fondamentalismo scettico parecchio incattivito. Non importa poi se ognuno personalmente, compreso Travaglio, abbia questo tipo di passato alle spalle. Quel che conta è che la nostra Storia ce l’ha, dunque e a priori ogni cosa deve essere scarnificata.

La presunta stupidità d’un tempo sembra doversi riscattare con un tipo di intelligenza tesa essenzialmente a dimostrare di saperla più lunga. Che i problemi sono ben altri. Che c’è sempre qualcosa dietro le cose. Che non bisogna lasciarsi incantare. E chi non gioca a questo gioco al massacro, è un ingenuo, un buonista,  un pretino perbene.

Per questa via il fondamentalista scettico si assicura diversi vantaggi secondari. Prima di tutto si sente intelligente con facilità, perchè è di gran lunga più semplice elencare mancanze e lati negativi delle cose, piuttosto che coglierne qualche possibile valore. In secondo luogo può evitare di metterci la faccia: rischia chi dice che una cosa è buona, non chi la fa a pezzi. Infine, e non è secondario,  il fondamentalista scettico dribbla la fatica di imparare, perchè presume sempre di aver capito già tutto meglio e prima di tutti gli altri

Esattamente ció che sta accadendo con la trasmissione di Fazio e Saviano che, tra i tanti effetti provocati, allarga giorno dopo giorno il coro di quelli che devono dimostrare di non far parte del coro.

Il sottoscritto, al contrario, e sembrerà strano sia proprio io a dirlo, è contento di far parte del coro di chi apprezza Vieni via con me e prova a indicarne gli elementi di innovazione sia sul piano televisivo sia su quello dell’informazione. Il fondamentalismo scettico, parafrasando Lenin, è la malattia senile del consumismo. Poichè tutto è merce, sembra dire,  non fatevi fregare mai e per buona misura parlate male di tutto ció che usate mentre lo state usando. Come ogni malattia si puó comprendere, ma occorre riconoscerla e, se non curarla, almeno circoscriverla sul piano epidemiologico.

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Berlusconismo standard

Esempio di berlusconismo standard: leggere l’articolo di Aldo Grasso su Vieni via con me, Corriere della sera

Una trasmissione si impernia sugli “elenchi”? Nessuna domanda sul perchè, sull’elemento eventuale di novità, sulla sostenibilità televisiva, sul significato dal punto di vista della comunicazione. No. Gli elenchi sono liturgie officiate da un sacerdote con il fisico adatto al ruolo. Offendendo in questo modo e tutti insieme, Fazio, chi legge gli elenchi e chi alle liturgie è legato e sa quanto possano essere ricche di significati.

Il problema sono le ecomafie che avvelenano l’acqua e il cibo che bevono e mangiano i nostri figli? No. Il problema è che Saviano si atteggia a Messia, offendendo tutti assieme Saviano, il Messia e dieci milioni di persone che lo hanno ascoltato, come me, con un nodo immenso allo stomaco.

Assenza totale di argomenti, insulti personali e disposizione a distruggere qualsiasi cosa. Come aveva detto quel boss della Camorra ricordato da Saviano che, di fronte alla prospettiva di arrivare a inquinare la propria stessa acqua pur di arricchirsi con i rifiuti tossici, aveva detto: “e che mme ne fotte! tanto noi bivimmo acqua minerale”.
Questo è il berlusconismo, ovunque esso alligni.

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Diritto di replica

Il diritto di replica è sacrosanto. Lo dico con estrema chiarezza e a voce alta. Non è assolutamente ammissibile che chicchessia possa dire quello che vuole, quando vuole e come vuole davanti a milioni di telespettatori senza che chi viene chiamato in causa, chi viene offeso e umiliato, chi viene calunniato, possa dire la sua in risposta alla valanga di falsità dalla quale è stato travolto.

Dunque lo voglio anch’io, il diritto di replica.

Voglio dire la mia in risposta all’imbecillità reiterata dei Grandi Fratelli, delle Isole dei Famosi e delle Fattorie. All’arroganza e alla violenza dei talk show. Alla falsità e al pressapochismo dell’informazione. All’estetica trash dell’onnipresente pubblicità.

Il mio mondo non è abitato da persone che quando parlano creano il vuoto pneumatico. Nel mio mondo quando si discute si argomenta, e quando si arriva allo scazzo, quello scazzo ha la dignità dell’incidente indesiderato, non è lo scopo stesso del parlarsi addosso. Del mio mondo ho da raccontare mille volte più delle quattro sciocchezze ripetute ogni giorno sempre uguali da sedicenti giornalisti.

A me piacciono le forme sempre diverse e mi piacciono per come esprimono ciò che contengono. Mi indigna che qualcuno continui a pensare che al contrario vada pazzo per i corpi tutti uguali, egualmente pompati o egualmente spolpati, tutti in ogni caso totalmente inespressivi.

A me piacciono le parole, tutte le parole, non necessariamente pacate o attente o misurate, purchè parlino, appunto, e mi nausea essere bersagliato da slogan pubblicitari pagati fior di soldi e ricompensati con fior di prestigio sociale, che fanno a pezzi la semantica e le mie orecchie.

A me piace sapere come va il mondo, anche al di là del mio, perchè non può esistere il mio mondo se non nell’orizzonte del mondo di tutti, e non ne posso più delle rappresentazioni del mondo là fuori che in modo protervo continuano a dirmi che il mio mondo è piccolo, inutile e, soprattutto, stupido.

Dunque voglio il diritto di replica. Fatti i conti, direi che mi spettano almeno sei mesi non-stop di spazio televisivo totalmente a mia disposizione per bilanciare anche solo parzialmente la valanga di superficialità, di miopia e di chiusura mentale che mi ammorba da almeno trentacinque anni.

Che moltiplicati per i milioni di persone nella mia situazione, fanno un palinsesto per il piccolo schermo definito sino alla fine di questo secolo. Magari il risparmio lo possiamo dedicare a scuola, università, ricerca e cultura.

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Racconti di viaggio

E’ da tanto che non scrivo. Su questo blog, almeno. Un sacco di problemi con il sito, del resto non ancora risolti. Fa nulla. Ricominciamo da qui.

Ieri, di ritorno da una gita in liguria, Irene mi ha lungamente raccontato dei paesini che ha visitato con la sorella sotto la pioggia torrenziale del week end. Io nel frattempo, mentre lei parlava, girovagavo su Google per vedere dov’erano e per sfogliare gallerie fotografiche, seguendo il suo racconto. Potenza della Rete. In pratica è stata una cantastoriata, o magari anche solo un racconto di viaggio di quelli di una volta, accompagnato dagli scatti fatti con la reflerx. Non una settimana dopo, però, il tempo di far sviluppare il rullino (che sapore già retrò che ha questa espressione) e di stampare le foto più belle. No: il giorno dopo, quasi in tempo reale.

E non è nemmeno una questione di tempi più rapidi. Fosse solo questo non è che sarebbe stato un granchè. Nella storia raccontata è entrato prepotentemente un altro punto di vista. Vedi quella piazza? meravigliosa! certo noi l’abbiamo vista in tutt’altra veste. E giù a raccontarla in quell’altra veste. Così di piazze ne abbiamo visitate due: quella che raccontava lei e quella che raccontavano le immagini su Google. Nel frattempo ci aiutava la visione zenitale del paese incastonato nella sua valle e le notizie acchiappate qua e là sul web.
Non capisco i nostalgici d’uffcio, francamente. Ho anni sufficienti per ricordare con nitidezza lo sfogliare d’album fotografici, per non parlare dell’era (terribile) delle diapositive propinate a centinaia in salotto, al buio, davanti agli amici compiacenti, sino a che non li perdevi, per lo meno. Perchè mai sarebbero stati meglio quei momenti? Un racconto accompagnato da immagini è sempre un racconto illustrato. Se le immagini le ha realizzate chi racconta, alla fine c’è solo lui in scena. Oggi, invece, eravamo in molti a raccontare: chi era stato in gita, chi aveva scattato quelle foto finite in Rete, io che le andavo cercando e selezionando e anche chi dei discorsi attorno a cose lontane può farsene ben poco, ma grazie alle immagini può trovarsi un proprio spazio. Come mia figlia…

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La Croce è da appendere o da portare…?

L’articolo di Travaglio di oggi sul Fatto, a proposito della querelle Crocefisso sì, Crocefisso no, è illuminante. Ne consiglio un’attenta lettura.

Prendendo spunto dalle sue parole, direi che il punto è il seguente: quel simbolo appeso alle pareti scolastiche va tolto se ha smarrito il senso che dovrebbe avere tutto ciò che si appende alle pareti scolastiche: insegnare qualcosa. Ricordo cartine geografiche e cartelloni con questo o quel contenuto didattico. Ricordo scaffali con libri e lavori eseguiti e poi esposti. Ricordo foto e disegni. Ognuno un riferimento a qualcosa cui pensare, oppure il risultato o il testimone di un processo di pensiero. E di apprendimento.

Ecco, discutere se il Crocefisso possa essere un simbolo accettabile o meno è una discussione oziosa. Come sempre il punto è capire cosa se ne fanno gli insegnanti, ogni singolo insegnante, del fatto di avere il Crocefisso appeso alle pareti. Se lo lasciano lì a fare arredo, tanto vale toglierlo. Se diviene occasione per parlare di ciò che rappresenta, e non sto parlando della religione, ma della vicenda umana e storica di Gesù di Nazareth, allora ha senso che stia lì.

Fossi un insegnante farei così invece di partecipare a questa inutile discussione. Toglierei il Crocefisso per un po’. Poi lo riappenderei. Questa azione permetterebbe a tutti di ri-vedere qualcosa che data la scontatezza nessuno vedeva più. Coglierei l’occasione per parlare e per ragionare e per raccontare e per fare ricerche attorno a ciò che quel simbolo porta con sè. Fatto questo, dopo qualche tempo, esporrei un mezzo busto di Socrate, come quello che campeggiava a casa dei miei genitori e che mi ha accompagnato per decenni, e farei lo stesso percorso. Poi passerei a una foto di Ghandi, magari, quindi a un’immagine del Buddha e così via.

Una volta si chiamavano Uomini Illustri. Naturalmente ci si possono aggiungere anche simboli di Donne Illustri. L’importante è che sia occasione di togliere la polvere accumulata su tutto ciò che appare nobile, dignitoso, grande, coraggioso, da tempo obliato dalla pessima mediocrità furbetta e imbecille diventata valore dominante. Anzi unico.

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Lettera aperta a Piero Marrazzo

Ricevo da Davide Castronovo e volentieri pubblico

Egregio dott. Marrazzo,

purtroppo oggi la battaglia politica è una sorta di guerra totale, che si dichiara nell’abbattimento della separazione tra vita privata e vita pubblica. E’ storia vecchia, ma oggi esagerata. Eppure dobbiamo farci i conti, oggi più che ieri, visto che le immagini costituiscono le realtà mediate con le quali tutti abbiamo a che fare. Visto che le immagini spesso contano più di ciò di cui si fa esperienza diretta e determinano il giudizio altrui e il proprio su ciò che si è.

L’immagine del suo viso abbronzato, con gli occhi sgranati, mi ha fatto pensare al senso di vergogna che esprimono.

Vergogna che tanto la differenzia dall’arroganza del presunto pedofilo e puttaniere che ci governa a livello nazionale.

La vergogna è un sentimento umano e nobile, perché esprime il valore che si attribuisce alla legge sociale e la consapevolezza di averla trasgredita con il conseguente derivato senso di colpa.

La vergogna è un sentimento sociale, l’arroganza è un sentimento antisociale. Ma d’altronde, si sa, il nostro presidente del consiglio è un idiota, in senso etimologico, cioè uno che crede che tutto sia centrato su di sé.

Ciò che mi interesserebbe capire è per che cosa prova vergogna.

Vorrei che non fosse perché ha avuto una relazione con una o più transessuali, cioè vergogna per l’oggetto destinatario del suo eros. L’eros è libertà di desiderare e spesso si scontra con i limiti sociali, ma i limiti sociali sono modificabili.

Perché non pensare che un giorno sarà possibile amare liberamente un transessuale? Non è anche questa una valida battaglia per l’emancipazione sessuale e perciò anche sociale?

Se la vergogna fosse rispetto al tradimento dell’amore coniugale, direi che allora il suo senso morale è così alto che l’avrebbe diversificata dalla maggior parte degli uomini e delle donne italiane che senza alcuna remora si tradiscono, più o meno consenzienti.

Se, invece, la sua vergogna fosse in relazione alla mancata denuncia dei ricattatori e alla connivenza con loro pur di insabbiare il rischio di farsi “sputtanare”, mi troverebbe perfettamente solidale col suo senso di vergogna, cioè con la vergogna di avere provato vergogna.

In questa vergogna alla seconda (vergogna della vergogna), credo che stia la sua debolezza e quindi la sua umanità. E’ la stessa debolezza che probabilmente porta gli estorti dal pizzo a non denunciare i mafiosi.

E’ la stessa debolezza che per essere superata ha bisogno di solidarietà.

Ecco, caro dottor Marrazzo, con questa lettera io voglio esprimerLe la mia solidarietà per la sua debolezza, ma anche la tristezza per il mancato coraggio che ha avuto nel denunciare i suoi ricattatori e nel distinguersi dal “macho in viagra” che sta al comando della nazione.

Mi spiacerebbe se passasse che l’unica differenza tra Lei e lui è quella che passa tra chi va con una transessuale e chi va con una velina!

Credo che per rimarcare la differenza che c’è tra Lei e lui ci sia bisogno di un grande movimento culturale che il suo, il mio, Partito dovrebbe fare da subito, senza ipocrisie.

Che B. scopi non è un problema nostro, ma che lui usi il suo potere per “piazzare” le sue favorite a decidere della collettività solo perché belle e disponibili al suo piacere, questo è intollerabile ed è l’UNICO elemento forte che, in tutto questo casino, fa la differenza tra Lei (noi) e lui e i suoi / le sue.

Con affetto,

Davide Castronovo

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