Archivi del mese: marzo 2011

Piedi a terra e sguardo all’orizzonte

di Irene Auletta

Occupandomi di educazione, in questi anni mi sono imbattuta tante volte in differenti teorie pedagogiche e in altrettante sfumature interpretative.

Ad oggi, la cosa più faticosa è ritrovare i nessi e le connessione tra ciò che si attraversa nelle pagine di un testo e quello che ogni giorno si incontra nel proprio lavoro.

Non sono rari gli scarti abissali fra grandi affermazioni di principio e una pratica educativa che fatica ad esibire quanto sostenuto e a farne rinvenire le tracce attraverso i gesti e le azioni.

Oggi però, un giovane educatore, mi ha favorevolmente colpita, dichiarando che nella sua breve esperienza sente di aver incontrato un buon libello di competenza tecnica e di sentirsi orgoglioso di questa appartenenza professionale.

Nella stessa riunione un altro suo collega, altrettanto giovane, ha espresso i suoi dubbi circa il senso di alcuni interventi educativi rilanciando un quesito aperto che più o meno diceva “ma, aiutare alcuni ragazzi, ne vale davvero la pena?”.

Di certo in gioco c’è anche un incontro fra operatori di differenti generazioni e forse, proprio a partire dall’incrocio di questi sguardi, possiamo rilanciare domande, dubbi, pensieri, senza avere immediatamente il bisogno di confermarne l’intelligenza o, semplicemente, il buon senso.

Insisto spesso sull’idea di dar valore alle domande e anche quando l’interlocutore, si schernisce esplicitando il timore di una domanda stupida, mi piace restituire che la stupidità sta, di frequente, più nel bisogno di dare immediatamente risposte o in risposte superficiali, che nella domanda stessa.

O meglio, esempi quotidianamente sotto i nostri occhi, ci confermano che, a volte, anche le domande sono veramente stupide, ma solo perchè la persona che le pone mostra fatica a collegare il suo cervello con ciò che esce dalla sua bocca.

Ma questa è un’altra storia.

Tornando ad oggi, alle riflessioni condivise con questo gruppo di lavoro, ho sentito forte più che mai, l’esigenza di dare un nome alle cose nominate, di definire un confine e di trovare vie di collegamento tra i pensieri e le azioni narrate.

Per farlo a volte ci vuole un atto creativo, insieme alla serietà e alla coerenza.

Spesso, non guasta neppure avere i piedi ben piantati per terra, fare attenzione a non farsi imbrogliare da seduttive chiacchiere prive di spessore e ricercare insieme il significato delle cose, non perdendo occasioni per aiutare a sollevare il mento e per stupirsi della nuova visuale.

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A volte i nonni

di Irene Auletta

Sono nata e cresciuta a Milano ma, durante la mia infanzia, ho avuto la fortuna di trascorrere molto tempo con i miei nonni in Basilicata e, forse proprio per questo, non mi sono mai sentita milanese ma decisamente lucana.

Mio nonno paterno, uomo austero di altri tempi, ha sempre esibito con fierezza la sua autorità e quando oggi sento emergere il mio piglio militaresco, lo ritrovo come parte di me.

Tutti i miei cugini lo temevano ma io l’ho sempre sentito affettuoso e attento, con la voglia di insegnarci anche le piccole cose. Se chiudo gli occhi lo vedo così. Mentre prende l’acqua dal pozzo, con un gesto particolare per non far entrare quella sporca della superficie, mentre sbuccia i cetrioli, mentre pulisce il pesce appena pescato.

Aveva un dono particolare nonno Nicola. In paese molti si rivolgevano a lui, prima che al medico, per problemi articolari, di forti contusioni o anche di fratture. Ricordo da bambina quante volte gli ho visto chiudere la porta per proteggere l’intimità dei suoi gesti e manipolare con serietà a competenza la parte dolente del “paziente”.

Tante volte poteva fare lui una medicazione e a volte dichiarava il suo limite invitando ad andare dal medico. Con orgoglio sentivo dire : “Cumpà Nicola, ma non potete fare voi? Non mi fido di ‘sti medici”.

Avevo sei anni quando seguendo i miei cugini maschi nelle loro acrobazie, ho fatto una brutta caduta. Gomito dolente e timore di dirlo al nonno che, dietro di me, non aveva perso la scena. Mi ha preso in braccio per portarmi a casa, mentre trattenevo le lacrime per non mostrare il dolore. Ero così già allora! “Ti conviene piangere, Irene, altrimenti ti dò la sculacciata che ti meriti per non avermi ascoltato”.

Il braccio è guarito e quando oggi ogni tanto ancora mi duole, ricordo il tocco del nonno che lo curava.

La nonna paterna invece la ricordo sempre impegnata a fare qualcosa, seria, mai con un gesto esplicito di affetto, ma sempre molto attenta a non farmi mancare nulla. Ha vissuto in silenzio, all’ombra di suo marito e così se n’è andata, senza disturbare nessuno.

Lei mi ha sempre ricordato il nonno materno, anche lui taciturno e sullo sfondo della nonna materna, la grande matrona.

La nonna mi ha insegnato la gentilezza, la cura, l’amore per le cose belle, il rispetto della vita e dei fiori. A lei devo in particolare quello che ha lasciato a mia madre e che mia madre ha lasciato a me. La nostra risata, simile e diversa, ma sempre sonora, liberatoria e proveniente dal cuore. “La vita è già difficile, facciamoci una bella risata che poi passa!”. Così ha affrontato la vita e le sue difficoltà e prima di andarsene, ha voluto salutare i suoi figli, uno per uno, dicendogli quanto gli dispiaceva di andarsene e di lasciarli.

Le piaceva scoprire cose nuove e, nelle sue visite a Milano, non finiva mai di apprezzare le differenze con il piccolo paese del sud. Non l’ho mai sentita esprimere facili giudizi e quando si permetteva qualche pettegolezzo o battuta lo faceva con quel sorriso che le permetteva di dire tutto senza alcuna cattiveria. Mi piacerebbe diventare come lei, con i capelli bianchi, gli occhi brillanti e il sorriso sempre acceso.

Oggi, mi riconosco sempre più parti di ciascuno di loro e quando le riscopro dentro di me, sento meno il dispiacere della loro assenza e così, come per magia, la loro vita sembra continuare nel mio ricordo.

 

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Ho attraversato la strada, dandoti la mano, almeno milioni di volte

di Alice Tentori

Quando arriva il momento per un bambino di attraversare la strada da solo? E’ una questione di età? Di sicurezza e conoscibilità del luogo in cui si attraversa? Dipende dalla sua consapevolezza individuale o da quella della madre o del padre? Se un bambino di 4 anni, esce di casa con la mamma, corre davanti a lei sul marciapiede attraversa la strada da solo sulle strisce e dopo un metro arriva davanti alla scuola, è troppo piccolo per farlo oppure data la conoscenza del luogo, i pochi metri che lo separano dalla scuola, la presenza dietro di lui della mamma delle altre mamme e dei vigili lo fanno sentire protetto e sicuro per poter attraversare da solo? E’ incosciente oppure è estremamente cosciente?

“Signora, deve dare la mano a suo figlio, non va bene che attraversi da solo” dice il Vigile.

“Signora, suo figlio a scuola va molto bene però ho saputo che attraversa la strada da solo. Non va bene, deve farsi ascoltare da lui”, dice l’insegnante.

“Cristofer lo conoscono tutti dato che attraversa sempre la strada da solo e sua mamma stà dietro di lui senza ascoltarla”, dice un’altra mamma.

Ma il punto qual è? E’ dando la mano al figlio che si dimostra la cura e l’attenzione verso di lui a tutto il pubblico presente? Proteggerlo e tenerlo al sicuro, significa accompagnarlo e guidarlo sempre tenendosi al suo fianco? La capacità di farsi ascoltare è dato dal mio riuscire a tenere la mano al bambino? Oppure la dimensione della cura oltre che essere intesa come un insieme di gesti e azioni che proteggono verso l’esterno potrebbe anche andare nella direzione di attrezzare l’altro ad affrontare autonomamente una situazione “pericolosa” come attraversare la strada da solo anche a 4 anni?

Io non so se sia giusto o meno che il bimbo lo faccia da solo, quello che so e che vedo è che l’ambiente esterno è estremamente sicuro (la strada è addirittura chiusa alle macchine, con i vigili che fermano le poche che passano) e riconoscibile (è fuori da casa propria) e che il piccolo si guarda intorno prima di attraversare.

Per tutto il resto poi, sospendo il giudizio e non considero la signora una mamma che è ascoltata o meno dai suoi bambini, o se fa bene o no a non inseguirli (ad esempio); semmai, provo ad interrogarmi con lei su cosa prova nel vedere il bimbo che attraversa la strada da solo, se pensa che sia al sicuro oppure no e su cosa “significhi tenergli la mano”…

 

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Trattare con cautela

Di Irene Auletta

Da molti anni sto sperimentando l’incontro con i genitori e ogni volta che parlo con colleghi o con educatori che incrocio sulla mia via mi accorgo che abbiamo ancora tanto da imparare. Mi ha sempre colpito molto la forza e l’apparente certezza che a volta sento esprimere attraverso giudizi che sembrano non lasciare dubbi sulle caratteristiche di quel padre o di quella madre. Non importa se ad esprimerli sia un operatore che a sua volta è genitore, perchè spesso mi è capitato di o servare un’incredibile dicotomia tra la propria esperienza vissuta e attraversata e quella dell’altro che si sta incontrando.

Anni fa sentivo spesso ripetere che solo chi è genitore può comprendere quello che provano un padre o una madre, oggi credo sia necessario spostare un po’ lo sguardo perchè in effetti molti genitori sembrano scindersi totalmente dalla loro esperienza quando indossano un abito professionale. Per alcune professioni, e penso ad esempio a quelle nell’ambito sanitario,  questo è considerato addirittura un merito. In questi contesti la strada da fare è parecchio lunga e ancora oggi, molti genitori che sono chiamati ad affrontare seri problemi di salute dei loro figli, si ritrovano a farlo completamente da soli. Quando incontrano medici e infermieri attenti e sensibili, si narrano per mesi storie di grande fortuna.

Ma per le professioni educative? Cosa è cambiato in quei luoghi che ogni giorno accolgono i figli di qualcun’altro? Che attenzioni hanno sviluppato i professionisti  che incontrano i genitori per aiutarli, per comprenderli e per sostenerli? Mi piace guardare alle questioni educative con ottimismo, nel senso fenomenologico di apertura al possibile, per cui partirò dal presupposto che sia in atto un momento di cambiamento e di attenzione nell’incontro con le famiglie. Al tempo stesso però, non posso non ricordare che quasi quotidianamente accolgo racconti di educatori che prendendosi, in forme differenti, cura di figli di altri, faticano a non entrare in competizione o per meglio dire, a sancire patti di alleanza pedagogica, che vedano gli adulti fianco a fianco, di fronte alle questioni che l’educazione dei bambini o dei ragazzi pone a chi li incontra.

Non è semplice e, al di là di ciò che tutti noi possiamo teoricamente ben sapere, ogni giorno dobbiamo misurarci con qualcosa che ci riguarda in prima persona. Occuparci di educazione, non ci pone al riparo dal vivere noi stessi, come genitori o come  educatori,  problemi educativi. La differenza la fanno le domande che riusciamo a porci, l’onestà con cui riusciamo a guardare i nostri limiti, la possibilità di trovare nessi tra le nostre esperienze educative naturali e quelle professionali. Ciò che conta non è solo la nostra capacità di sospendere il giudizio, che rimane un orizzonte sempre presente, ma la volontà di interrogare e comprendere le difficoltà a farlo.

Ogni volta che incontro un genitore come pedagogista porto con me, come madre, le attenzioni ricevute, l’ascolto che mi è stato prestato o negato, la cura desiderata e il desiderio di essere vista e ascoltata. L’incontro parte da qui, dal rispetto dell’esperienza dell’altro, della sua ricchezza, della sua parzialità e dei suoi limiti. Insieme, protagonisti di quella scena, si condividono alcune domande legate al senso peculiare di quell’incontro, a ciò che è possibile trattare, a cosa è possibile comprendere e imparare di nuovo.

Se riusciamo a dare valore a questi incontri e a non trasformare gli incontri con l’esperto, spesso nel nostro ambiente demonizzato, come raccolta di sterili prescrizioni, forse riusciremo ancora a dare valore all’educazione.

 

 

 

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