Archivi del mese: ottobre 2009

Lettera aperta a Piero Marrazzo

Ricevo da Davide Castronovo e volentieri pubblico

Egregio dott. Marrazzo,

purtroppo oggi la battaglia politica è una sorta di guerra totale, che si dichiara nell’abbattimento della separazione tra vita privata e vita pubblica. E’ storia vecchia, ma oggi esagerata. Eppure dobbiamo farci i conti, oggi più che ieri, visto che le immagini costituiscono le realtà mediate con le quali tutti abbiamo a che fare. Visto che le immagini spesso contano più di ciò di cui si fa esperienza diretta e determinano il giudizio altrui e il proprio su ciò che si è.

L’immagine del suo viso abbronzato, con gli occhi sgranati, mi ha fatto pensare al senso di vergogna che esprimono.

Vergogna che tanto la differenzia dall’arroganza del presunto pedofilo e puttaniere che ci governa a livello nazionale.

La vergogna è un sentimento umano e nobile, perché esprime il valore che si attribuisce alla legge sociale e la consapevolezza di averla trasgredita con il conseguente derivato senso di colpa.

La vergogna è un sentimento sociale, l’arroganza è un sentimento antisociale. Ma d’altronde, si sa, il nostro presidente del consiglio è un idiota, in senso etimologico, cioè uno che crede che tutto sia centrato su di sé.

Ciò che mi interesserebbe capire è per che cosa prova vergogna.

Vorrei che non fosse perché ha avuto una relazione con una o più transessuali, cioè vergogna per l’oggetto destinatario del suo eros. L’eros è libertà di desiderare e spesso si scontra con i limiti sociali, ma i limiti sociali sono modificabili.

Perché non pensare che un giorno sarà possibile amare liberamente un transessuale? Non è anche questa una valida battaglia per l’emancipazione sessuale e perciò anche sociale?

Se la vergogna fosse rispetto al tradimento dell’amore coniugale, direi che allora il suo senso morale è così alto che l’avrebbe diversificata dalla maggior parte degli uomini e delle donne italiane che senza alcuna remora si tradiscono, più o meno consenzienti.

Se, invece, la sua vergogna fosse in relazione alla mancata denuncia dei ricattatori e alla connivenza con loro pur di insabbiare il rischio di farsi “sputtanare”, mi troverebbe perfettamente solidale col suo senso di vergogna, cioè con la vergogna di avere provato vergogna.

In questa vergogna alla seconda (vergogna della vergogna), credo che stia la sua debolezza e quindi la sua umanità. E’ la stessa debolezza che probabilmente porta gli estorti dal pizzo a non denunciare i mafiosi.

E’ la stessa debolezza che per essere superata ha bisogno di solidarietà.

Ecco, caro dottor Marrazzo, con questa lettera io voglio esprimerLe la mia solidarietà per la sua debolezza, ma anche la tristezza per il mancato coraggio che ha avuto nel denunciare i suoi ricattatori e nel distinguersi dal “macho in viagra” che sta al comando della nazione.

Mi spiacerebbe se passasse che l’unica differenza tra Lei e lui è quella che passa tra chi va con una transessuale e chi va con una velina!

Credo che per rimarcare la differenza che c’è tra Lei e lui ci sia bisogno di un grande movimento culturale che il suo, il mio, Partito dovrebbe fare da subito, senza ipocrisie.

Che B. scopi non è un problema nostro, ma che lui usi il suo potere per “piazzare” le sue favorite a decidere della collettività solo perché belle e disponibili al suo piacere, questo è intollerabile ed è l’UNICO elemento forte che, in tutto questo casino, fa la differenza tra Lei (noi) e lui e i suoi / le sue.

Con affetto,

Davide Castronovo

Annunci

13 commenti

Archiviato in Cronache Pedagogiche

Eserciziario pedagogico…

Dunque la situazione è questa, viviamo in un (cosiddetto) Paese in cui un Governatore viene ricattato dai Carabinieri che l’hanno beccato con un trans. E lui si fa ricattare.

Ecco un bell’esercizio etico-politico-pedagogico per tutti: se un ragazzo o una ragazza, poniamo di dodici o tredici anni, magari vostro figlio o vostra figlia, o un alunno, o figli di amici, vi prendono alla sprovvista e vi chiedono cosa sia giusto e cosa sbagliato in tutta questa vicenda e in quel che ne sta seguendo, cosa rispondete…?

Pensiamoci, tenendo conto che dalla risposta a una domanda del genere, potremo capire se ci sia ancora qualcosa da raccontare, qualcosa da insegnare e, dunque, se raccontando e insegnando, potremo o meno uscire dall’assurdo nel quale tutti noi siamo affondati.

3 commenti

Archiviato in Cronache Pedagogiche

Furbizia, ozio dell'intelligenza

L’ozio è il padre dei vizi. Così mi dicevano da bambino, con un ultimo colpo di coda di un tardo puritanesimo calvinista già morto e sepolto negli anni ’60 del boom e del mito insorgente del benessere. Poco più tardi, da qualche parte a scuola, ho imparato che l’ozio per gli antichi aveva ben altro valore. Era il tempo del pensiero e della meditazione, necessario per la formazione dell’uomo colto.

Oggi in realtà nessuno ozia. Non c’è tempo. Troppe cose da fare. E quelli che di cose da fare non ne hanno, anziani, malati, disoccupati, o se le inventano o si deprimono. Dunque dovremmo essere una società virtuosa. Nienteaffatto. L’ozio è un mito, non una pratica, e di fronte al tempo vuoto la maggioranza di noi si angoscia.

Dunque la promessa di un futuro in panciolle, per vincite milionarie o per una pensione cospicua e rassicurante, funziona perchè è una promessa. E molto improbabile. Che fa sognare però un futuro privo di fatiche, conquistato senza alcuna fatica. Da qui il senso odierno dell’ozio: non un tempo liberato dalla fatica del fare per dar spazio maggiore alla fatica del pensare, ma il sogno della fine di ogni tipo di tribolazione. Che poi è un sogno di morte. O di furbizia.

La furbizia, in fondo, non è che l’ozio dell’intelligenza. Pensare, e soprattutto capire, costa troppe energie. In più c’è sempre il rischio di non sentirsi abbastanza intelligenti per riuscirci. Ma furbi si può esserlo tutti, basta seguire i buoni esempi. Che non mancano e anche ad altissimi livelli. La pigrizia mentale si fa così valore e permette a ognuno di potervi aspirare. Peccato che, mentre l’intelligenza può essere una conquista universale faticosa ma per tutti, in un mondo in cui tutti sono furbi, alla fine nessuno lo è. O meglio, un mondo tutto di furbi non può che essere nelle mani di chi lo è sul serio e domina gli altri facendo loro credere di esserlo.

Nota: altre riflessioni che potrebbero interessarvi

http://www.studiodedalo.net/SalottoPedagogico/?p=261

http://www.studiodedalo.net/ConferenzeDelSolstizio/?p=66

1 Commento

Archiviato in Cronache Pedagogiche

Shock culturale

Ecco sì, uno shock culturale. Esattamente quello che ci vuole Sono d’accordo con lo scritto di Sandro Gozi sull’Unità di oggi, 9 ottobre, pagina 23. Anche perchè senza traumi da questa situazione non ne usciamo. Bocca ha detto oggi in un’intervista sullo stesso giornale che se ci siamo liberati del fascismo, ci salveremo anche dal berlusconismo. Però ha omesso di dire che c’è voluta una guerra (persa) e un disastro inenarrabile per riuscirci. Ora dunque possiamo solo sperare che il trauma necessario possa essere “solo” culturale. E’ l’ultima speranza che ci rimane.

E provo a dire la mia circa il come contribuire a produrlo: occorre guardare le cose con una prospettiva radicalmente diversa. Occorre anche essere radicali (almeno) nelle analisi e dirsi che se l’opposizione è afasica, è perchè si è fatta sottrarre tutti i grandi temi che dovrebbe elaborare.

Primo esempio tratto dalle cronache: l’insulto vergognoso a Rosy Bindi. Bene la solidarietà, ma non serve a nulla limitarsi alla condanna rituale del maschilismo brutale e rozzo di cui Berlusconi e cloni si sono fatti paladini. C’è un problema di fondo che l’elaborazione culturale democratica ha smarrito: la differenza tra uomo e donna che produce conflitti di sguardi sul mondo. Anch’io, in quanto uomo, ho una serie di motivi per essere incazzato con il genere femminile. Dove come e quando posso parlarne con un minimo di serenità e un massimo di intelligenza con altri uomini e con le donne, senza confondermi con i bassifondi culturali che ci governano ma, anzi, combattendoli proprio per questa via?

Secondo esempio: Brunetta e la sua battaglia contro fannulloni e oligarchie. Per professione e passione, scrivo, insegno e parlo con centinaia di persone da decenni, lottando da altrettanto tempo contro tutte le oligarchie che malsopportano la mia totale mancanza di deferenza e sudditanza nei loro confronti. E pago quotidianamente in prima persona questa scelta. Dove come e quando posso parlare con un minimo di serenità e un massimo di intelligenza con tutte le persone  che amano come me più la libertà che le appartenenze, senza confondermi con chi le oligarchie le combatte in nome di un potere assoluto e monocratico?

Ma questi potrebbero essere problemi miei. Un problema di tutti invece, o almeno di chi ha a cuore la democrazia e la dimensione del bene comune come scopo primario di ogni forma della “politica”, è capire che i conflitti non si nascondono solo perchè gli “altri” li agitano. I conflitti si attraversano sino in fondo e radicalmente. Imparando a conviverci dando loro un senso.

Shock culturale oggi è dire ad alta voce che non si può salvare qualsiasi cosa solo perchè l’avversario lo attacca. Che l’Università è un bene pubblico prezioso e proprio per questo va liberata dai centri di potere che la dominano. Fare quadrato difendendola “a prescindere” è miope e perdente. Che le ragioni del maschilismo affondano in una rabbia ancestrale radicata nella differenza tra i sessi, che va dunque affrontata e compresa. Nasconderla in nome di una solidarietà pelosa che sa di galanteria rituale, ovvero della faccia buona del maschilismo, è altrettanto miope e perdente.

In altre parole “schock culturale” significa riappropriarsi delle categorie di conflitto e di lotta. Strappandole definitivamente  dai quadri ideologici ormai ingenui e stantii di fine ottocento. Perchè lotta e conflitto sono il sale della vita, non il male necessario per arrivare alla società “nuova”, come si diceva una volta, o a quella “normale”, come si ama dire oggi. E perchè nella lotta e nel conflitto, l’avversario è sempre il potere anche se lo incarna un tuo collega o magari un tuo amico o, magari, la persona che ami. E la posta in gioco non può essere, di conseguenza, il potere, altrimenti il conflitto è destinato a perpetuarsi in una lotta sempre uguale a se stessa. La posta in gioco è l’intelligenza. Ovvero la possibilità di capire con intelligenza il mondo e di permettere, attraverso la comprensione del mondo, la crescita dell’intelligenza individuale e collettiva.

Di fronte all’imbecillità e all’abbrutimento sociale dilaganti, mi pare che questo sia l’unico programma politico rivoluzionario si possa oggi riuscire a immaginare.

4 commenti

Archiviato in Cronache Pedagogiche