Archivi del mese: aprile 2008

Indicare e percorrere

Sono interessanti alcuni commenti al post sull’indicare vs l’additare. Qualcuno giustamente fa notare che non è carino additare gli additatori, nel senso che stigmatizzare un comportamento con il medesimo comportamento è un po’ paradossale. Concordo e chiedo scusa per lo scivolone. Che del resto dimosta esattamente ciò che volevo dire con il post: la pratica dell’additare è la più facile e trama sempre dietro le spalle di ognuno di noi. Anche di chi cerca di tenersene lontano. Dunque, stiamo all’occhio.
Altri mostrano, e gli sono grato, che la prospettiva dell’indicare può essere variamente interpretata. Com’è che dovremmo preferire tutto ciò che potremmo avere subito rinunciandovi alla sola prospettiva di avere qualcosa di, forse, meglio un domani non ben precisato? Effettivamente questa pare essere una pratica dell’indicare piuttosto radicata nella nostra memoria. Ma non è quella che cercavo, appunto, di indicare.
Ne approfitto allora per proporre una distinzione, tanto per capirci, tra l’indicare una meta e l’indicare una strada. Ovviamente propendo per la seconda. Poi vi è l’indicare una strada per arrivare a una meta e l’indicare una strada da percorrere, semplicemente. Anche qui scelgo la seconda. Infine si può indicare una strada da percorrere stando fermi o indicarla percorrendola. Anche qui, scelgo la seconda. Mi spingerei a sostenere, che queste tre scelte dell’indicare sono proprie di chiunque, nella nostra memoria e nel nostro immaginario, definiamo Maestri.
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Due vie per l'intelligenza: additare e indicare

C’è qualcosa che sottilmente accomuna fenomeni apparentemente lontani tra loro. Le invettive neoqualunquiste contro partiti, caste varie e poteri assortiti che provengono assomigliandosi da ogni parte, appartengono tutte al grande fronte del grillismo. Ovvero di quel costume estremamente diffuso nella nostra cultura che potremmo definire dell’additare. 

Puntare l’indice su qualsiasi cosa facendolo a pezzi vuoi con le peggio parole, vuoi con analisi sottili, è il modo più semplice, per chiunque, di sembrare intelligente. Tutti amiamo sentirci intelligenti, nel senso che l’intelligenza resta ancora un valore assolutamente condiviso e una virtù della quale nessuno vuole essere privato. L’intelligenza però è una pratica faticosa, quindi ognuno va in cerca di ogni scorciatoia possibile, e l’additamento è la regina delle scorciatoie.

Additare vuol dire essenzialmente sottolineare ciò che è sbagliato, brutto, ingiusto, inefficace, negativo. E dato che per ogni scelta possibile, il numero degli errori possibili è sempre di gran lunga superiore a quello dei successi concreti, ovvio che l’esercizio dell’additamento costituisca una facilissima strada per il successo cognitivo. “Visto? L’avevo detto!!” costituisce generalmente il premio più facile da riscuotere.

Se vogliamo avere una qualche possibilità di incidere sulla trasformazione della cultura di questo Paese, invece, credo dobbiamo imparare collettivamente l’uso dell’indicare. Ovvero praticare la speciale virtù del puntare l’indice verso un orizzonte, un obiettivo e una o più strade per raggiungerlo, o almeno per provarci.

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Che è anche l’unica possibile prospettiva pedagogica capace di uscire dal pantano ormai epocale prodotto dall’ipertrofia dello sguardo, sempre più acuto, accompagnato dalla povertà del gesto, sempre più impacciato.

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Anonimo ha detto… a proposito di "Capita a volte d'autunno"

Questo commento ha il sapore di un post. Per questo ho deciso di pubblicarlo. C’è una grande amarezza di fondo in queste parole. Non so se parlino alle mie per dire dell’impossibiltà di ciò che fanno intravedere. Ma non inporta. E’ proprio perchè certe cose sono sempre più difficili da praticare nei luoghi formali dell’educazione, che osservo con preoccupazione la tendenza dei genitori a non offrirle a loro volta. Mi chiedo se vogliamo arrivare ad avere porte antipanico anche nel proprio appartamento e se dobbiamo vietare alla nonna di preparare dei dolcetti perchè potrebbero essere veicolo di pericolose infezioni gastrointestinali…

 

“Un giorno è capitato, è capitato un giorno di dicembre che l’educatrice di un nido si sia messa a giocare con le foglie secche in giardino. E i bambini a seguirla, o lei a farsi seguire, o di tutte e due un pò…Non è che sia successo tutto e subito, ci è voluto un pò, come un pò ci mette la gallina a cercare nell’aia il vermetto. Ci è voluto un pò, un pò di tempo per farsi guardare. Ci è voluto un attimo per provare piacere, quattordici attimi per far com-prendere ai bambini la bellezza di “stare”, nel gioco del piacere e nel suo bello, tondo respiro. Chissà come mai. Forse perchè quei bambini erano tristi e addirittura violati in quel nido? Forse perchè quel nido era un posto di matti, poi finito sotto inchiesta? Forse perché lei stessa stava andando fuori di matto? Mah, non lo sa mica l’educatrice se la faccenda sia tutta qui. Un’altra volta, in un altro nido, si era tolta le scarpe, “per davvero”. E par far sentire ai bambini la sabbia “per davvero”, le era toccato di provare piacere. Errore, e il gelo intorno. Un gelo educativo intendo, mica emotivo. Recidiva la fanciulla, se, come sostieni, il piacere non è oggetto di laboratorio e, in quanto tale, non esponibile allo sguardo di infanti, dentro e fuori le stanze pedagogiche. Sempre ammesso che il piacere sottenda tutte e due quegli altri, che richiami gridando: il rischio e l’ esplorazione. Si domanda la fanciulla: che facciamo? i nostalgici, i post moderni, i qui-ed-ora? non lo sa la fanciulla che, tra il ruzzolare e il razzolare, sceglierebbe entrambi.Scafata e prudente, questa volta lo farebbe “per finta”, mica “per davvero”…
14 aprile 2008 14.56”

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